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La fine del mondo, ancora una volta

20 sept
2 min de lectura

Vecchie e nuove apocalissi e la nostra ossessione per il controllo


Ombra di un astrolabio antico, chiaroscuro della misurazione del tempo

Questa settimana sono tornati gli annunci della fine del mondo. Ricercatori legati ad Anthropic hanno parlato apertamente di estinzione umana causata dall’intelligenza artificiale; alcuni dei principali leader del settore hanno chiesto di rallentare lo sviluppo di sistemi sempre più capaci, e Carlo III ha messo in guardia dai «pericoli esistenziali». Il linguaggio è nuovo. La paura no.


Da secoli anticipiamo finali. Nel 1524, una previsione astrologica annunciò un diluvio europeo e ci fu chi costruì arche. Nel 1844, i milleriti attesero il Secondo Avvento e vissero poi la loro «Grande Delusione». Nel 1910, il cianogeno rilevato nella coda della cometa di Halley alimentò il timore che la Terra attraversasse una nube velenosa. L’anno 2000 portò il Y2K; il 2012 trasformò un’interpretazione errata del calendario maya in un conto alla rovescia planetario. Cambiano gli strumenti del disastro; resta la nostra fascinazione per l’ultima pagina.


In AI and the Wisdom of Popular Religiosity: Human Limits and the Dream of Omnipotence (2026), esploro proprio quell’impulso: l’aspirazione umana ad addomesticare l’incertezza, ridurre il mistero e trasformare il limite in un problema tecnico. Vogliamo il controllo. E quando intuiamo che potremmo perderlo, arriva il panico.


Per questo torno anche a Eva. In The Venusian Perspective : Great Women in History and AI (2025), ho immaginato l’Eden come un ambiente controllato, ed Eva come la variabile che smette di comportarsi come il laboratorio si aspettava. La vita umana entra nella storia quando l’esperimento esce dal copione, ed Eva sarebbe allora colei che ha «attivato» la storia e il libero arbitrio. La narrativa storica speculativa che sto costruendo

serve proprio a questo: mettere voci antiche di fronte a tecnologie nuove e scoprire continuità che l’entusiasmo del presente spesso non riesce a cogliere.


C’è, inoltre, una superbia semantica nel dire «fine del mondo». Quasi mai parliamo del mondo: parliamo di noi. La Terra ha circa 4,5 miliardi di anni; Homo sapiens, circa 300.000, secondo la NASA. Per chi crede, la Genesi colloca l’essere umano nel sesto giorno, non nel primo. In entrambi i racconti, l’umanità arriva tardi.


Un’umanità davvero magnifica comincia quando accetta di non essere proprietaria del pianeta né padrona della Creazione, a seconda del punto di vista da cui ci poniamo. Se la nostra specie scomparisse, sarebbe un’immensa tragedia umana. Ma la Terra continuerebbe a girare.


Forse l’apocalisse più pericolosa non è quella annunciata dalle macchine, dalle comete o dai calendari. È la fantasia di una specie appena arrivata che confonde la propria scomparsa con la scomparsa di tutto. Il mondo può sopravviverci. La domanda è se impareremo finalmente ad abitarlo con buon senso, prima di tentare di possederlo.

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